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L’audioprotesista è una professione a rischio di estinzione?

Tra intelligenza artificiale, grande distribuzione e perdita della relazione umana: il futuro della riabilitazione uditiva

Di Gaetano Lauritano, Audioprotesista

“Meglio il prodotto o meglio il professionista?”

È questa la domanda che oggi attraversa il mondo dell’audioprotesi internazionale.

Una domanda scomoda, ma necessaria.

Faccio questa professione da quasi trent’anni. Ho dedicato la mia vita professionale all’applicazione protesica nei bambini, negli adulti e alla riabilitazione degli acufeni. In questi anni ho visto migliaia di persone ritrovare non solo l’udito, ma la dignità relazionale, la possibilità di comunicare, lavorare, amare, vivere.

Perché perdere l’udito non significa soltanto “sentire meno”.

Significa isolarsi.

Significa stancarsi nel comprendere una conversazione.

Significa spesso vergognarsi.

Eppure oggi la figura dell’audioprotesista sanitario sembra trovarsi davanti a un bivio storico.

La trasformazione globale del mercato

Negli ultimi anni il settore hearing care ha subito una trasformazione radicale.

L’introduzione degli apparecchi acustici OTC (Over-The-Counter) negli Stati Uniti, approvati dalla FDA nel 2022, ha aperto la strada a un modello sempre più orientato alla vendita diretta del dispositivo, senza necessariamente il coinvolgimento del professionista sanitario.  

Parallelamente, le grandi multinazionali stanno investendo in:

 • automazione del fitting ;

 • intelligenza artificiale;

 • auto-regolazione da smartphone;

 • teleaudiologia;

 • distribuzione retail su larga scala.

Il messaggio implicito è chiaro: il futuro potrebbe essere “meno professionista, più prodotto”.

Ma è davvero questa la direzione corretta?

L’illusione della tecnologia “senza mediazione”

La tecnologia oggi è straordinaria.

Gli algoritmi di deep learning stanno migliorando la comprensione del parlato nel rumore e i nuovi sistemi intelligenti promettono personalizzazioni automatiche sempre più sofisticate.  

Persino alcuni auricolari consumer stanno entrando nel mercato dell’amplificazione uditiva.  

Oggi il mercato propone anche dispositivi “ibridi” come gli occhiali acustici smart, spesso accompagnati da campagne pubblicitarie molto aggressive che rischiano di banalizzare la complessità della riabilitazione uditiva.

Ma la realtà clinica è diversa: in molti casi gli outcomes audiologici risultano ancora limitati rispetto a una protesizzazione personalizzata eseguita da un audioprotesista esperto. Il rischio è trasformare un bisogno sanitario complesso in una semplice operazione di marketing tecnologico.

Ma esiste un equivoco molto pericoloso: pensare che sentire significhi semplicemente amplificare un suono.

L’udito è neurologia.

È attenzione.

È percezione cognitiva.

È adattamento emotivo.

È riabilitazione.

Un bambino ipoacusico non ha bisogno solo di un dispositivo.

Ha bisogno di una presa in carico multidisciplinare.

Ha bisogno di un professionista che sappia interpretare il linguaggio, lo sviluppo cognitivo, la compliance familiare, il comfort, la crescita.

Lo stesso vale per l’anziano fragile, per il paziente con acufeni, per chi vive un decadimento cognitivo.

Ridurre tutto al “prodotto” significa impoverire la cura.

La scienza dice che la riabilitazione resta centrale

Secondo il World Health Organization, entro il 2050 oltre 700 milioni di persone avranno bisogno di riabilitazione uditiva.  

Lo stesso report sottolinea che la cura dell’ipoacusia deve essere “people-centered”, cioè centrata sulla persona e non sul semplice dispositivo.  Questo è un punto fondamentale.

Perché il rischio oggi non è l’evoluzione tecnologica.

Il rischio è la banalizzazione della professione sanitaria.

Dal professionista al “venditore”?

Molti operatori del settore percepiscono un cambiamento culturale profondo.

In diversi Paesi il modello sta passando:

 • dalla riabilitazione alla distribuzione;

 • dalla presa in carico alla vendita;

 • dalla competenza clinica al marketing.

Il professionista sanitario rischia di essere inglobato dentro logiche commerciali aggressive, dove conta più il volume di vendita che il percorso terapeutico.

Ed è qui che nasce la questione più importante: se il valore è solo il prodotto, allora il professionista diventa sostituibile.

Ma se il valore è la competenza, l’ascolto, la riabilitazione, l’interpretazione clinica e umana del bisogno, allora l’audioprotesista resta insostituibile.

Per anni abbiamo parlato troppo poco del ruolo sanitario dell’audioprotesista e troppo del dispositivo.

Abbiamo mostrato la tecnologia.

Meno la riabilitazione.

Abbiamo venduto performance.

Meno relazione terapeutica.

Così il paziente ha iniziato a pensare che l’apparecchio “faccia tutto da solo”.

Ma non è così.

Una protesi mal adattata può portare:

 • rifiuto del dispositivo;

 • isolamento sociale;

 • peggioramento cognitivo;

 • scarso riconoscimento verbale;

 • abbandono della terapia.

La differenza, spesso, non è l’apparecchio.

È chi lo applica.

“Non esistono cattivi apparecchi acustici ma solo cattive applicazioni “

Una scelta culturale prima ancora che sanitaria

Oggi il settore deve decidere cosa vuole diventare.

Un mercato di massa?

Oppure un sistema sanitario-riabilitativo evoluto?

Perché quando si perde la centralità del professionista, il rischio non è solo economico.

È umano.

E allora la domanda finale resta la stessa:

Vogliamo semplicemente vendere apparecchi… oppure continuare a restituire alle persone la possibilità di comunicare con il mondo?

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