Il gesto professionale più difficile: mettere in dubbio l’ovvio
a cura di Lorenzo Notarianni
Inizio da un riferimento forse poco intuitivo: The Body Snatcher, film del 1945 che vidi da ragazzino. Boris Karloff e Bela Lugosi interpretano una storia costruita attorno a una pratica illecita: trafugare cadaveri per procurarsi materiale anatomico. Non era considerata normale, tutt’altro. Ma chi aveva bisogno di capire di più, chi voleva approfondire l’anatomia oltre i limiti imposti dalla legge, finiva per rivolgersi a quella usanza.
Quella pratica non era affatto finzione cinematografica. Nel XVIII e XIX secolo i graverobbers dissotterravano cadaveri per venderli alle scuole di medicina: il trafugamento dei corpi era illegale, mentre la dissezione dei cadaveri, come già avvenuto nei secoli precedenti, anche con Leonardo da Vinci, era consentita, ma soggetta a restrizioni severe. La chirurgia moderna aveva bisogno di corpi reali per studiare l’anatomia, ma la società non era pronta a concederli. Così nacque una zona grigia: la scienza chiedeva conoscenza, la norma non la prevedeva e, anzi, spesso faceva di tutto per ostacolarne l’avanzamento. Qualcuno colmava quel vuoto. Un paradosso storico: la medicina avanzava grazie a pratiche che la società considerava inaccettabili.
Come non citare qui il logo ECM–Agenas, il simbolo che oggi certifica formazione e responsabilità. Nella stessa immagine compare la Lezione di anatomia del dottor Tulp: il medico mostra il corpo del condannato ai colleghi, secondo l’usanza dell’epoca, gesto pubblico che rappresentava la conoscenza condivisa. Un richiamo visivo che oggi accompagna ogni corso ECM.
Il punto non è romanticizzare il fenomeno, ma coglierne la dinamica: quando la procedura consolidata non risponde più alla realtà, qualcuno la mette in discussione. A volte in modo etico, a volte no. Ma il nodo è sempre lo stesso: la conoscenza cresce dove la consuetudine non basta più, e non deve bastare più.
Questa dinamica, l’abitudine che resiste, la prassi che non si interroga più, e a volte così radicata da generare persino lo stigma di non osare mettere in discussione la possibilità di fare meglio per il paziente, è sorprendentemente vicina a ciò che accade nella nostra professione. EDUSIMA non contesta l’audiometria protesica, non l’ha mai fatto: la riconosce, la usa, la rispetta. Contesta invece l’automatismo con cui la professione applica protocolli preimpostati, senza osservazione reale, senza personalizzazione, senza sfruttare le potenzialità residue del paziente. L’audiometria protesica basata sui target, da sola, non è in grado di cogliere ciò che accade nella vita quotidiana dell’ascolto.
EDUSIMA non è un metodo “alternativo”: è audiometria protesica che recupera ciò che la prassi ha smarrito. E proprio per questo ha incontrato freddezza, barriere, diffidenza. Non perché sia fuori dal perimetro della professione, una best practice non è mai fuori dal perimetro, ma perché rompe l’automatismo con cui la professione applica protocolli standard.
La chiusura che il metodo ha ricevuto è fuori luogo. A prescindere dal nome, EDUSIMA rappresenta una best practice: la forma più responsabile, efficace, efficiente e affidabile di svolgere un’attività, dimostrata dall’esperienza e resa replicabile. Le best practice non sono leggi: sono standard riconosciuti nel settore. La normativa stabilisce cosa fare; le best practice indicano come farlo al meglio, garantendo efficienza, sicurezza e qualità. EDUSIMA si colloca esattamente qui: dentro l’audiometria protesica, ma oltre la sua inerzia.
La sua origine lo dimostra. EDUSIMA nasce dalle intuizioni e dalle osservazioni di Massimo Sitzia, che per anni ha portato avanti questa metodica in modo rigoroso ma appartato, difendendola in un clima di scetticismo. Un lavoro sviluppato lontano dalle abitudini consolidate, in quella zona in cui la professione non guarda più, e proprio per questo necessario.
L’ostinazione, in questo caso, non è quella di chi difende la consuetudine: è quella di EDUSIMA che ha scelto di metterla in discussione. Di interrogare ciò che “si è sempre fatto così”. Di riportare al centro osservazione, personalizzazione e piena valorizzazione del campo uditivo residuo.
Ed è qui che il riferimento ai body snatchers diventa chiaro: non per analogia diretta, ma per dinamica. Allora, chi voleva capire di più doveva spingersi oltre ciò che era consentito. Oggi, chi vuole far avanzare la professione deve avere il coraggio di mettere in dubbio l’ovvio. EDUSIMA lo ha fatto: ha guardato dove gli altri non guardavano.
Il libro Metodo EDUSIMA – Fitting Psicometrico: Real Life, Real Time si colloca esattamente su questo crinale. Propone un cambio di paradigma nell’adattamento protesico: non più una taratura “di protocollo”, ma un riallineamento dinamico del campo uditivo residuo, costruito sulla risposta reale del paziente. Un approccio che rimette al centro la persona, le sue soglie funzionali e il modo in cui ascolta nel mondo vero, non solo in cabina.
Ma la parte più radicale è un’altra: EDUSIMA chiede al professionista di interrogare ciò che è consolidato. Non per negarlo, ma per verificarlo. Le procedure standard servono finché non diventano abitudini cieche; il fitting, se ridotto a configurazione tecnica, smette di essere riabilitazione e diventa routine. EDUSIMA rompe questa inerzia: invita a osservare la persona, non il grafico; a costruire l’adattamento come processo clinico, non come applicazione automatica di un algoritmo.
La lezione, in fondo, è la stessa dei graverobbers, ma riportata nel territorio etico corretto: la realtà del paziente viene prima della comodità del protocollo. Dove la procedura non vede, il professionista deve guardare.
EDUSIMA non è solo un metodo: è un invito a recuperare il gesto professionale più difficile, mettere in dubbio ciò che si dà per scontato, prima che diventi un limite.
Mi ritengo fortunato di aver avuto un piccolo ruolo nella stesura di questo libro, in cui Massimo Sitzia rende finalmente tangibile e fruibile una metodica che ha portato avanti con rigore e convinzione, rendendola riproducibile, replicabile, sistematica e sostenuta dalle evidenze raccolte in migliaia di applicazioni. Il contributo del dottor Camillo Marzullo, medico ORL, ha aggiunto il supporto scientifico necessario per spiegare il funzionamento della coclea, cosa che ha fatto in modo magistrale, da perfetto divulgatore scientifico, anche nel corso EDUSIMA, e chiarire perché la ricerca e lo sfruttamento delle capacità residue possano essere ottenuti solo attraverso un metodo come EDUSIMA.
Mi sento altrettanto fortunato di essere coautore del libro grazie ai colleghi che hanno messo a disposizione i loro casi applicativi, perché ormai da tempo utilizzano il metodo sul territorio. Un lavoro corale che restituisce alla professione ciò che la prassi aveva smarrito: la responsabilità di guardare davvero.
In conclusione, EDUSIMA rappresenta una best practice, non la best practice, difendibile sotto ogni profilo: dall’audiometria protesica all’aderenza alle Linee Guida, dalla deontologia al superiore interesse dei diritti del paziente. Eppure, illogicamente, ha dovuto superare diffidenza e chiusure, e per proporlo alla comunità ha dovuto simbolicamente andare contro l’inerzia della prassi.